Blog

Le news selezionate per voi da Studio Mezzasalma

Quando servono spogliatoi distinti in base al genere?

Con sentenza del 10 luglio 2017, n. 33305, la Corte di Cassazione III Sez. pen. ha precisato che in tema di salute e sicurezza sul lavoro, la mancata attivazione di spogliatoi per i lavoratori dipendenti distinti in base al genere di appartenenza nelle aziende con un numero superiore a cinque dipendenti è condotta omissiva ritenuta presuntivamente “offensiva” dal legislatore, alla luce della plausibile esistenza, ricavabile da ordinari criteri di valutazione sociale (dei quali peraltro la norma violata si fa coerente espressione), di una compressione del diritto alla riservatezza vantato dai dipendenti della impresa, derivante dalla mancata distinzione del locale spogliatoio fra i due generi di appartenenza del personale; né tale compressione può dirsi evitata o ridotta entro termini di ragionevole tollerabilità, dal fatto che il datore di lavoro abbia previsto la possibilità per i fruitori del locale di una gestione turnata dello stesso in funzione del genere di appartenenza, atteso che tale soluzione è stata prevista dallo stesso legislatore come idonea ad elidere la rilevanza penale del fatto solo nel caso in cui si tratti di aziende che occupino un numero di dipendenti non superiore a cinque unità (cfr. punto 1.12.2 dell’allegato IV del D.Lgs. n. 81/2008).

Rischio “specifico” tra subappalti, responsabilità e committente

I giudici della Corte di Legittimità chiariscono o meglio ribadiscono le attribuzioni di responsabilità nel caso di affidamento dei lavori in appalto, evidenziando come sia necessario prima dell’inizio dei lavori la conoscenza di tutti i rischi che possono interferire nell’esecuzione dei lavori.

Con sentenza del 23 giugno 2017, n. 31410, la Corte di Cassazione IV Sez. pen. si sofferma su una questione particolare, in tema di salute e sicurezza sul lavoro, precisando che con riferimento agli specifici obblighi di informazione previsti dall’art. 26, lett. b), D.Lgs. n. 81/2008, posti a carico del datore di lavoro/committente presso la cui unità aziendale devono svolgersi i lavori, l’appaltatore che non sia stato informato del rischio “specifico” da parte del committente non può essere chiamato a rispondere della stessa omissione nei confronti della ditta subappaltatrice, in mancanza delle condizioni di conoscenza della situazione pregiudizievole, e quindi senza alcuna possibilità di avere il governo del relativo rischio, rimesso invece alla competenza esclusiva dell’unico soggetto consapevole della sua esistenza, vale a dire del committente, pena la violazione del generale principio di personalità della colpevolezza.

Non si può “sperare” che i lavoratori addetti ad una macchina seguano le istruzioni

Con sentenza del 23 maggio 2017, n. 25550, la Corte di Cassazione IV Sez. pen. si sofferma su un tema sempre attuale e delicato nella materia prevenzionistica, relativo alla ascrivibilità della responsabilità in capo al datore di lavoro per mancata formazione e informazione dei dipendenti sull’uso degli strumenti di lavoro. La Corte Suprema _ in una fattispecie nella quale il datore di lavoro era stato condannato per il reato di lesioni personali colpose ai danni di un dipendente, segnatamente per non aver adeguatamente fornito le opportune formazione e informazioni sull’uso della macchina il cui impiego aveva provocato l’infortunio _ ha disatteso la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici di merito avevano ritenuto l’evento indice di una grave carenza formativa e informativa in tema di sicurezza, affermando, invece, che l’avere semplicemente confidato nel fatto che i lavoratori addetti seguissero con attenzione e pedissequamente le istruzioni fornite è espressione di una pesante carenza formativa e informativa in tema di sicurezza.

Infortunio dovuto a grave carenza formativa e informativa

La sentenza Cass. Pen., Sez. IV, 23 maggio 2017, n. 25550, ritiene l’infortunio, avvenuto durante l’impiego di una macchina, indice di una grave carenza formativa e informativa in tema di sicurezza, realizzata con l’avere semplicemente confidato nel fatto che i lavoratori addetti seguissero con attenzione e pedissequamente le istruzioni fornite.

 Il datore di lavoro deve adempiere agli obblighi di informazione, formazione e addestramento, ai sensi del combinato disposto degli artt. 18, 36 e 37 D.Lgs. 81/2008, nei confronti di tutti i dipendenti, ivi compresi quelli aventi un ruolo dirigenziale o comunque sovraordinato, in modo che costoro siano perfettamente informati dei rischi per la salute e la sicurezza connessi all’attività dell’impresa, alle macchine, alle sostanze e agli impianti in uso. E l’art. 37 citato, in tema di formazione dei lavoratori, stabilisce proprio, tra l’altro, al comma 7, che il datore di lavoro deve assicurare anche ai dirigenti e preposti “un’adeguata e specifica formazione e un aggiornamento periodico in relazione ai propri compiti in materia di salute e sicurezza del lavoro.
CASS. PEN., SEZ. IV, 23 MAGGIO 2017, N. 25550 – 

Obbligatorio fornire il casco protettivo anche se il rischio non è “previsto”

Con sentenza del 17 marzo 2017, n. 13096, la Corte di Cassazione III Sez. pen. si sofferma su una questione particolare, in tema di salute e sicurezza sul lavoro, precisando che i lavori edili rientrano tra le attività che generalmente comportano la necessità di proteggere il capo e per le quali, quindi, è necessario l’elmetto protettivo, a prescindere dal fatto che il suo utilizzo sia specificamente contemplato nel documento di valutazione dei rischi di cui all’art. 28, D.Lgs. n. 81/2008 o dal concreto accertamento degli eventuali sinistri conseguenti alla sua violazione; ne consegue che il loro uso è imposto dalla inevitabilità del rischio individuale, non dal fatto che il rischio stesso sia o meno previsto dalle disposizioni aziendali in materia di sicurezza del lavoro.

Corte Cassazione, III Sez. pen. – Sentenza 17 marzo 2017, n. 13096.

L’idoneità tecnico-professionale va verificata anche per un preventivo

Con sentenza 1° marzo 2017, n. 10014, la Corte di Cassazione III Sez. pen. ha precisato che in tema di cantieri temporanei e mobili, le misure generali di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, che implicano a norma dell’art. 15, D.Lgs. n. 81/2008 la valutazione preventiva e l’eliminazione dei rischi in relazione ai lavori da eseguire, pone a carico del committente, sin dalla fase di progettazione dell’opera e delle conseguenti scelte tecniche, specifiche cautele prescritte dall’art. 90, comma 9 del medesimo decreto, fra cui la verifica nell’ipotesi di cantieri temporanei dell’idoneità tecnico_professionale dell’impresa affidataria, la quale implica l’iscrizione di quest’ultima alla Camera di Commercio e l’autocertificazione in ordine al possesso dei requisiti previsti dalla normativa di settore; ne consegue che non è affatto necessario il perfezionamento di un contratto di appalto, ben potendo la commissione esaurirsi in una mera prestazione d’opera, alla quale devono comunque presiedere le cautele previste.

Corte Cassazione, III Sez. pen. 1° marzo 2017, n. 10014.

28 aprile 2017: Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro

Oggi, 28 aprile 2017, si celebra la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro.
Istituita dall’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) nel 2003, questa Giornata ha l’obiettivo di ricordare l’importanza della sicurezza sul lavoro, sostenendo tutte le azioni preventive a tutela dei lavoratori. 
Quest’anno il tema sarà quello relativo alla raccolta dati sulla sicurezza. L’iniziativa fa parte integrante della strategia globale messa a punto dall’ILO per promuovere la creazione di una cultura sulla sicurezza e prevenzione dei rischi, in modo che possa diventare parte integrante dell’organizzazione lavorativa.
Annulamente si registrano troppi infortuni, troppe morti bianche. “Ogni anno, sono oltre 313 milioni i lavoratori che hanno infortuni non mortali sul lavoro, ovvero  860.000 al giorno. Ogni singolo giorno, 6.400 persone muoiono per un incidente sul lavoro o per una malattia professionale, 2,3 milioni di morti l’anno. Con questi numeri, gli incidenti o le malattie legate al lavoro possono certamente essere considerate come uno dei principali problemi sanitari a livello globale” afferma Guy Ryder (Direttore generale dell’ILO).
Questo giorno sia, dunque, un’occasione importante per riflettere sulla priorità della prevenzione che garantisca la tutela della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro.

Mancata richiesta nei termini del CPI è reato?

Con sentenza del 24 gennaio 2017, n. 3403, la Corte di Cassazione III Sez. pen. ha affermato che in tema di prevenzione incendi, avendo il CPI efficacia temporalmente circoscritta all’arco di un quinquennio, il titolare di attività a rischio di incendio è onerato di richiederne, alla scadenza, il rinnovo attraverso la procedura disciplinata dal medesimo regolamento volta ad attestare, previe le necessarie eventuali verifiche, l’assenza di variazioni alle condizioni di sicurezza antincendio anche in relazione al mutamento delle esigenze di salvaguardia delle medesime condizioni di sicurezza antincendio, essendo altrimenti la sua condizione di inadempiente integralmente parificata a quella di chi non abbia conseguito all’origine il certificato in esame. La circostanza che l’imputato abbia richiesto ed ottenuto tardivamente il rinnovo della certificazione antincendio, ovverosia successivamente al sopralluogo dei vigili che hanno rilevato l’irregolarità, non elimina la sussistenza del!’ inadempimento al momento della contestazione. Poiché invero il bene giuridico protetto dalla contravvenzione in esame è costituito, come si evince dall’art. 13 del D.Lgs. n. 139/2006, dalla sicurezza della vita umana, dell’incolumità delle persone e dalla tutela dei beni e dell’ambiente, la condotta incriminata dalla contravvenzione in esame, configurante un reato di pericolo presunto, si perfeziona con la mancanza, per effetto di omessa richiesta, di certificazione antincendio in corso di validità. 

Omette di verificare l’idoneità dell’impresa affidataria, committente condannato all’ammenda

Le misure generali di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, impongono una valutazione preventiva e l’eliminazione dei rischi che possono derivare dai lavori da eseguire, ponendo a carico del committente, sin dalla fase di progettazione dell’opera, l’obbligo di verificare, anche nelle ipotesi di cantieri temporanei, l’idoneità tecnico professionale dell’impresa affidataria. (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 10014/17; depositata il 1° marzo)

— L’obbligo di verifica dell’idoneità tecnico professionale dell’impresa affidataria. La Corte di Cassazione afferma che le misure generali di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, impongono una valutazione preventiva e l’eliminazione dei rischi che possono derivare dai lavori da eseguire, ponendo a carico del committente, sin dalla fase di progettazione dell’opera e delle scelte tecniche, specifiche cautele prescritte all’interno dell’art. 90, comma 9, d.lgs. n. 81/2008. Tra queste vi è l’obbligo di verificare, nelle ipotesi di cantieri temporanei, «l’idoneità tecnico professionale dell’impresa affidataria» che consta nell’«iscrizione di quest’ultima alla Camera di Commercio» e nell’«autocertificazione in ordine al possesso dei requisiti previsti dalla normativa di settore». Non è necessario, in tal senso, il perfezionamento di un contratto di appalto, basta che si tratti anche solo di «affidamento dei lavori».

Responsabilità penale anche per il Medico competente?

Al quesito risponde la Cass. Pen., Sez. IV, 3 febbraio 2017, n. 5273 con cui si afferma che al medico competente non è stato più richiesto soltanto di esprimere un parere in favore del datore di lavoro ma è stato prescritto di collaborare con questi alla predisposizione dell’attuazione delle misure per la tutela della salute e dell’Integrità psico-fisica dei lavoratori, sulla base delle specifica conoscenza dell’organizzazione dell’azienda e delle situazioni di rischio. Al medico competente è stato attribuito il diritto ad avere tutte le informazioni necessarie a svolgere concretamente e fattivamente quel ruolo di collaborazione e, ove dipendente del datore di lavoro, a ricevere i mezzi e veder realizzate le condizioni necessarie per lo svolgimento dei suoi compiti. Ma, ancor più significativamente, la valutazione dei rischi, atto per così dire primigenio della politica di sicurezza aziendale, ha richiesto la sua collaborazione nei casi in cui è obbligatoria la sorveglianza sanitaria.

In definitiva, l’obbligo di collaborazione con il datore di lavoro cui è tenuto il medico competente e il cui inadempimento integra il reato di cui agli artt. 25, comma primo, lett. a) e 58, comma primo, lett. c), del D.Lgs. n. 81/2008, non presuppone necessariamente una sollecitazione da parte del datore di lavoro ma comprende anche un’attività propositiva e di informazione da svolgere con riferimento al proprio ambito professionale.